Ritratto di “Capitàn da Mar”

Paolo Zanchi (attivo nell’ultimo quarto del XVI secolo)

Capitàn da Mar, 1570 ca. 
Olio su tela, cm. 122,5×84,5

L’inedito dipinto firmato Paolo Zanchi, rappresenta un’interessante scoperta in grado di gettare nuova luce su una poco nota famiglia di pittori attivi a Bergamo a partire dalla prima metà del Cinquecento. Ne fu capostipite Filippo Zanchi, ricordato nel 1793 da Francesco Maria Tassi nelle Vite de’ Pittori Scultori e Architetti bergamaschi:

Il Pittore Filippo Zanchi merita anch’esso, che sia fatta di lui menzione fra buoni artefici, e particolarmente per essere stato compagno di Girolamo Colleoni nell’opera fatta nella Chiesa di Sant’Antonio dell’Ospitale, come nella vita di lui si vedrà appresso. Altra pittura io non posso qui additare di Filippo, che nella Chiesa prepositurale di Ghisalba, che prima era posta al primo altare a mano destra, ed ora è appesa quasi in fondo alla Chiesa, nella quale è in alto colorita la Beata Vergine, e nella parte più bassa San Defendente con altri Santi e con veduta di bel paese: La sua maniera non è spregevole sul gusto antico, ed il suo nome sta scritto sopra un cartello nel basso del quadro suddetto.
Circa l’anno 1544 dipinse una Cappella nella chiesa di San Zenone di Osio inferiore, e nell’archivio pubblico, ne’ rogiti di Gio: Francesco Cologno, si legge in una carta la confessione da lui fatta per pagamento ricevuto di tale opera, la quale poi è stata gettata per terra per la nuova grandiosa fabbrica della Chiesa.
Potrannovi essere per venture, e vi saranno certamente in Bergamo, non meno che fuori, altre pitture di Filippo, perché non è probabile, che tutte sian disperse: A me però, avvenga che abbia cercato, e ricercato in varj luoghi, non è venuto fatto di rinvenirne.

Abitava il Zanchi in vicinanza di Sant’Andrea presso porta Pinta, ed ebbe moglie e figliuoli, fra quali Francesco, che riuscì anch’egli buon Pittore, come ora vedrassi”[1].

È sempre Tassi a trascrive, nella vita di Gerolamo Colleoni, un rogito del notaio Marcantonio de Sonzonio, datato 14 marzo 1536, relativo alla commissione, in associazione con Colleoni, degli affreschi di “tutta la cappella principale nella Chiesa di S’Antonio dell’Ospitale[2], opera perduta già al tempo in cui Tassi scriveva.
Il primo dicembre dello stesso anno il suo nome compare negli atti del Comune di Bergamo per aver ornato le mazze per la processione del Corpus Domini[3]. In un documento del 22 gennaio 1544, trascritto da Elia Fornoni, Filippo Zanchi dichiara di aver ricevuto 25 lire imperiali per alcuni dipinti eseguiti in una cappella della chiesa di S. Zenone ad Osio Sopra[4].
Tra il 1546 e il 1547 dipinge all’esterno del Palazzo del Comune gli stemmi dei Rettori Loredano, Contarini, Cornelio e Barbara[5].
L’unica opera eseguita da Filippo Zanchi che ancora oggi si conserva è La Giustizia fra i santi Alessandro e Vincenzo dipinta nel 1547 su una parete nella sala del Palazzo della Ragione di Bergamo[6]. Un documento d’archivio ricorda la commessa con il relativo importo dovuto al pittore di 50 lire imperiali[7].
Il 7 settembre 1548 “M.ro Philippo de Zanchi pictor appresso la porta penta”, dunque come già scritto dal Tassi abitante presso Porta Dipinta, riceve dal Consorzio della Misericordia 10 lire imperiali per disegni di ornati per il coro ligneo di S. Maria Maggiore[8].
Nel 1549 risulta ancora attivo al fianco di Gerolamo Colleoni nell’esecuzione degli affreschi della loggia del Palazzo comunale[9].
Il primo novembre 1552 il Comune di Bergamo elegge deputati “ad videndum et considerandum opera M.ri Philippi de Zanchi et filii pictorum per eos impensa in pingendo palatium residentie carissimi d. pretoris[10]. Si tratta dell’incarico di stima dell’affresco di Filippo Zanchi e dei figli presso il palazzo comunale di Bergamo. Il sostantivo plurale “filii” indica chiaramente un secondo figlio pittore attivo al suo fianco in quest’opera. 

Un figlio di nome Francesco è ricordato dal Tassi nelle Vite, dove trascrive anche un documento perduto:

“Figliuolo di Filippo nacque in Bergamo Francesco Zanchi, e, conoscendo il padre esser egli alla propria professione molto affezionato, obbligato si tenne a condiscendere alla nobile, e virtuosa inclinazione, e colla sua onorevole scorta incamminarlo per la vera strada della pittura.
Ma siccome il padre ho potuto dir poco, lo stesso mi accade ora scrivendo del figliuolo, del quale niente forse avrei potuto favellare, se nel libro delle spese della fabbrica della chiesa di Santo Spirito ritrovato io non avessi ciò, che a comune notizia qui voglio trascrivere.


Adi 29 Marzo 1567
Sia noto come M. Francesco de Zanchi pittore ha tolto a dipinger le ante del nostro organo novo quattro figure della grandezza, che si ricerca al loco, cioè di dentro S. Alessandro, e S. Vincenzo, et di fuora S. Gio: et Santo Agostino con i suoi campi, et ornamenti di chiaro et scuro , et coloriti, come fanno bisogno de colori fini, et così le figure, et delli più fini, che si adoperino a guazzo, le quali ante siano formate tre settimane dopo la Pasqua di resurrezione alla più lunga, et se gli danno gli tellari, et la tela, il resto metterà lui a tutte sue spese, et questo per lo prezzo di scudi dece, et per caparra al presente se gli da scudi doi d’oro, il resto se gli darà finita l’opera, et laudata da homini periti, et in fede si è fatto la presente nota, la quale sarà sottoscritta di sua mano propria.
Io Francesco de Zanchi soprascritto affermo quanto di sopra si contiene.


Le suddette pitture dell’organo sono ancora in essere, e ben conservate, dalle quali si comprende un aggiustato disegno, ed una maniera di tingere, che non può dispiacere, e dee agli uomini d’intendimento essere lodata.
Questo è quel poco, che di Francesco Zanchi io posso scrivere: converrammi però finire questa breve narrazione senza poter dar altro conto di sue pitture, e di sue azioni”[11].

Un rogito del notaio Giuseppe Crema del 1569 conferma che il “quondam” Filippo Zanchi era padre, oltre che di Francesco, il già ricordato pittore, anche di un secondo figlio di nome Paolo[12].

Che anche il figlio Paolo fu un pittore, è oggi confermato dal ritrovamento del nostro inedito dipinto sul quale compare la firma “[P]aulus Zanchius Venetus F.”

Si tratta di un ritratto di un uomo barbato di mezza età, a grandezza naturale. Poggia il braccio destro su un tavolo coperto di velluto rosso, la mano regge un piccolo libro. La sinistra impugna la cintura del giustacuore grigio, chiuso frontalmente da una lunga fila di piccoli bottoni, da cui fuoriescono le maniche violacee della camicia fittamente pieghettate e terminanti in sottili sbuffi bianchi. Un alto colletto bianco con due lunghe punte terminanti in piccoli pallini, sottolinea il volto, attentamente descritto e reso da una materia ricca e pastosa che restituisce dettagli come il colore azzurro degli occhi, la barba e capelli perfettamente curati. Più sciolto il trattamento pittorico del resto, rapido e sicuro, d’impronta squisitamente veneziana, lascia trasparire la preparazione bruna.
Alle sue spalle, secondo un uso della ritrattistica cinquecentesca veneziana, si apre una finestra. Vi si vede un mare con un veliero che naviga a vele spiegate. È un chiaro riferimento della professione dell’effigiato, un capitàn da Mar, ossia un capitano di vascello o un armatore, o forse un commerciante arricchitosi grazie a traffici con terre d’oltremare. L’uomo ritratto è un ricco borghese, non un nobile; ha un volto bonario e non vi è opulenza nelle vesti.

Domenico Tintoretto (1560-1635), Ritratto di moro. Olio su tela. New York, Morgan Library collection

L’impostazione della figura è del tutto simile a quella del Ritratto di moro presso la Morgan Library[13], già pubblicato da Bernard Berenson come opera di Jacopo Tintoretto[14], oggi attribuito alla bottega del figlio Domenico. Vi si ritrova l’identica posizione con il braccio sinistro che impugna la cintura del giustacuore e la medesima qualità del ductus pittorico, rapido e sicuro. Ricorrono la medesima piega che marca il passaggio nell’ombra della spalla destra e le stesse mani: quella di sinistra impugna la cintura, quelle di destra – che però non regge il libro perché in questo caso un fascio di lettere è appoggiato sul tavolo -, presenta le medesime dita affusolate. Il personaggio ritratto, secondo la storiografia “un ambasciatore moro”[15], esibisce un diverso status sociale, evidente nei risvolti di velluto rosso del giustacuore e negli anelli alle dita della mano sinistra.
Non può essere ritenuta casuale la vicinanza tra i due ritratti, soprattutto per quanto riguarda il ductus dell’inedito, così prossimo a quello che caratterizza il dipinto della Morgan Library. Forse Paolo Zanchi dopo il 1569, anno in cui il vecchio capo bottega Filippo sappiamo essere morto, giunse a Venezia dove entrò in contatto con la grande bottega di Jacopo Tintoretto, e successivamente del figlio Domenico. Nulla più è possibile dire, allo stato degli studi, a proposito di questo suggestivo ritratto, databile attorno alla settima decade del Cinquecento, che accende una luce su un pittore bergamasco ancora da riscoprire.


[1] F. M. Tassi, Vite de’ pittori, scultori e architetti bergamaschi, Bergamo 1793, p.140 [2] F. M. Tassi, p. 146. [3] A. Pinetti, Per la storia della pittura bergamasca del Cinquecento, in “Bergomum”, II, 1908, p. 146 [4] E. Fornoni, Ms. Biblioteca Civica, VIII, p. 189. La notizia dei dipinti presso la chiesa di S. Zenone a Osio Sopra non coincide con quanto riportato da Francesco Maria Tassi che parla invece della parrocchiale di S. Zenone a Osio inferiore. [5] E. Fornoni, Ms. Biblioteca Civica, VII, p. 73 [6] F. Cortesi Bosco, Filippo Zanchi, in I pittori bergamaschi. Il Cinquecento I, Bergamo 1980, pp. 523-524 [7] E. Fornoni, Ms. Biblioteca Civica, VII, p. 73 [8] C. Caversazzi, Cronistoria artistica di S. Maria Magiore, in “Bergomum”, XXII, 1919, p. 6 [9] E. Fornoni, Op. Cit., p. 73 [10] A. Pinetti, Op. Cit., p. 146 [11] F. M. Tassi, Op. Cit., pp. 140-141 [12] E. Fornoni, Ms. Biblioteca Civica, VIII, p. 191 [13] Morgan Library, inv. AZ072 [14] B. Berenson, Pitture italiane del Rinascimento. Elenco dei principali artisti e delle loro opere con un indice dei luoghi. La scuola veneta, 2 voll., II, Londra-Firenze 1958, tav. 1313 [15] https://www.themorgan.org/objects/item/160380