Un modelletto del Maestro degli annunci ai pastori

Maestro degli Annunci ai pastori (Pietro Beato e Bartolomeo Passante)

L’incontro tra Rachele e Giacobbe, 1640 ca.
Olio su tela, cm. 34,5×50

Alla personalità di un pittore misterioso, noto con il nome di “Maestro degli Annunci ai pastori”, che August Mayer nel 1923, Roberto Longhi nel 1935, Ferdinando Bologna nel 1958 e Raffaello Causa nel 1978 ipotizzarono potesse trattarsi del brindisino Bartolomeo Passante, è dedicata la recente monografia di Nicola Spinosa Il Maestro degli Annunci ai pastori e i pittori dal “tremendo impasto”[1].
L’autore, ripercorrendo le tracce dei colleghi, ricucendo documenti d’archivio già noti e riunendo un consistente nucleo di opere, alcune delle quali inedite, chiarisce in modo convincente la figura di questo Maestro, dietro il cui nome di comodo stabilito da Mayer un secolo fa, si celano due artisti uniti in una medesima bottega e da un legame familiare: Pietro Beato e il più giovane Bartolomeo Passante.
Pochi documenti d’archivio, correttamente letti da Spinosa, permettono di stabilire che Bartolomeo Passante, nato a Brindisi nel 1618, nel 1629, entra fanciullo come apprendista nella bottega di Pietro Beato, pittore nato a Napoli verso il 1601, abitante nella “parrocchia di San Liborio alla Carità lungo la Strada di Toledo”[2]. Sette anni più tardi, nel 1636, l’apprendista, ormai diventato collaboratore, ne sposa la nipote Angela Formichella, figlia di Giovan Francesco e Faustina Beato. Passante, di cui il Celano nel 1692 ricorda un’Adorazione dei pastori in San Giacomo degli Spagnoli, sarà attivo, probabilmente sempre a fianco di Beato, sino al luglio 1648 quando morì, all’età di trent’anni anni. Di Pietro Beato, il cui nome compare in numerosi documenti, e che morirà nel 1653, ad oggi non si conosce una sola opera.
La bottega era specializzata in dipinti di mezze figure di apostoli, di filosofi antichi, personificazioni dei Sensi, episodi del Vangelo e del Vecchio Testamento aventi per protagonisti personaggi ruvidi, contadini che Ferdinando Bologna definì “del tratturo”, “caratterizzati da una concreta e vigorosa trattazione di panni e di epidermidi, di particolari anatomici, tratti somatici e reazioni espressive, con l’aggiunta di accentuati contrasti chiaroscurali e di corpose stesure cromatiche dai toni prevalentemente foschi e bituminosi”[3].
Spinosa ricostruisce anche le modalità operative di questa bottega, nella quale furono presenti oltre a Beato e Passante altri collaboratori e apprendisti, che lavorava abitualmente su “un modello che veniva replicato quasi identico per illustrare più volte lo stesso soggetto evangelico per committenti diversi e in composizioni che si possono distinguere solo […] per la differente resa pittorica”[4].

Unico esempio noto di questi modelletti, messi a punto da Beato e Passante e impiegati in bottega, è il nostro inedito dipinto rappresentante l’lncontro al pozzo tra Rachele e Giacobbe. Modello che fu certamente alla base del dipinto, di più grandi dimensioni, documentato nel 1875 presso l’Infante Don Sebastiàn Gabriel de Bourbon y Braganza. Forse parte di una serie, come suggerisce Spinosa, è ancora oggi conservato assieme al pendant Giacobbe che chiede a Labano la mano della figlia Rachele, nella collezione Hernani di Madrid.


[1] N. SpinosaIl Maestro degli Annunci ai pastori e i pittori dal “tremendo impasto” (1625-1650), Roma, 2021 [2] N. SpinosaOp.cit., p. 16 [3] N. Spinosa, Op.cit., p. 24 [4] N. SpinosaOp.cit., p. 80