Giuseppe Maggiolini, due amorini da un disegno di Andrea Appiani

Giuseppe Maggiolini (1738-1814)

Quadro a tarsia, 1788
Legno di noce intarsiato in palissandro, mogano, bosso, satinwood, acero, acero tinto verde, ebano, bois de violette e altri legni non correttamente identificabili. Cornice in legno di noce impiallacciata in bois de violette, decorazioni in noce intagliato e dorato. Il quadro cm. 48×38,5; con la cornice cm. 58,5×48,7
Sul retro etichetta di firma incisa da Carlo Cantaluppi (frammentaria)

E’ don Giacomo Antonio Mezzanzanica, nella biografia di Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini [1] a ricordare che Maggiolini, nel corso del 1788, ricevette in premio una medaglia d’oro del valore di Cinquanta zecchini dagli “Accademici che dirigevano la Società Patriottica”, istituzione voluta da Maria Teresa per sostenere e premiare le attività modello dell’agricoltura, dell’industria e del commercio della Lombardia asburgica. Egli riporta a questo proposito il brano della “Gazzetta di Milano” del 29 dicembre di quell’anno in cui ne fu data notizia:

“Per sempre più animare le arti e le industrie nazionali, questa società Patriottica, per insinuazione ancora dell’I.R. Governo, ha concesso al signor Maggiolini di Parabiago, intarsiatore in legno di S.A.R., il premio d’una medaglia d’oro del valore di 50 zecchini, per essersi egli reso utile e benemerito, avendo fatto risorgere quest’arte, che in Italia era quasi estinta e abbandonata, e per averle aggiunto non poco di perfezione si nel gusto, che nella solidità de’ suoi lavori, a cui non giunsero gli antichi stessi […]. Quindi a giusto titolo vien riguardato dagli intelligenti come uno dei più eccellenti artefici di quest’arte, e meritatamente acquistassi questo premio che lo distingue”. [2]

Don Mezzanzanica ci fornisce anche una descrizione dell’opera che Maggiolini mostrò “agli accademici” a dimostrazione della propria abilità:

“Aveva fatto una volta un quadro, non so se dovesse servire isolatamente, ovvero a decorazione di qualche altro mobile; esso rappresentava due geni alati, in figura nuda, intiera, alti circa cinquanta centimetri, o poco meno. Il disegno, che conservo ancora nelle mie cartelle, quantunque anonimo, non isbagliasi a riconoscerlo di Cantalupi. L’uno di questi due genii tienesi stretto all’altro con una mano, e coll’altra gli pone una corona di fiori sul capo; l’arieggiamento del quadro in complesso è l’espressione di un reciproco affetto artistico.
Gli era riuscita tanto bene l’opera, che Maggiolini stimò dovere farla osservare agli accademici, che dirigevano la società patriottica. Meravigliarono questi sulla bellezza del lavoro, e non potendo credere che le ombre non fossero dipinte a pennello, ordinarono a Maggiolini che, con una lama d’acciajo, alla loro presenza, raschiasse tutta la superficie del quadro. Persuasi dalla verità, spedirono appositamente a Parabiago un segretario, al quale Maggiolini dovette mostrare l’intero processo della ombreggiatura, di cui venne stesa poi formale relazione”. [3]

L’anziano prete non conosceva l’opera presentata agli Accademici, giunta sino a noi e resa nota da Alvar Gonzàlez-Palacios, che la pubblicò nel 1980 quando era nella collezione personale dell’antiquario Sandro Orsi. [4]
Si tratta di un piccolo quadro in cui gli amorini del disegno, ancora conservato nel Fondo dei disegni di bottega (R.M. C 154), sono inseriti in una riserva ovale incorniciata da una minuta bordura e da quattro angolari decorati da piccole chimere fitomorfe. Maggiolini impreziosì il pannello realizzando anche  la cornice, impiallacciata in bois de violette e decorata su due ordini da fini intagli dorati. Gli amorini, resi da tessere di luminoso e cangiante acero, spiccano su un fondo di legno rosso, anch’esso sensibile alla luce come un velluto. La precisione del taglio delle tessere è tale da confondersi con la profilatura che definisce le delicate espressioni dei volti, le chiome dai folti ricci, le piume delle ali e i dettagli minuti dei nudi corpi. La piccola corona di fiori è resa con grande maestria da piccolissime tessere di legni policromi. Il chiaroscuro impresso intingendo le tessere nella sabbia arroventata secondo l’antica tecnica degli intarsiatori rinascimentali, è misuratissimo. Davvero Maggiolini in quest’opera allestita per dimostrare la propria abilità alla commissione della Società Patriottica, si dimostra a pieno titolo uno dei maestri della storia della tarsia lignea. La resa dell’ombra proiettata a sinistra sul rosso legno di fondo dall’incorniciatura ovale, ottenuta grazie a un listello di oscuro palissandro che si assottiglia sino diventare una sottile lama di luce fondendosi con un sottilissimo filo d’acero dalla parte opposta, è un dettaglio squisitamente pittorico, degno di un maestro del Rinascimento come Antonio Barili. Davvero di questo quadro si può dire, come di quello con il perduto autoritratto di Barili del 1502, “Opus coelo non penicillo”. [5]

Andrea Appiani, Due amorini, 1788. Grafite su carta bianca, Biblioteca dell’Accademia di Brera, Album Vallardi

Il disegno dei “due genii alati, in figura nuda, intiera” impiegato da Maggiolini come modello, ricordato da Mezzanzanica, non è opera di Carlo Cantaluppi, collaboratore della bottega di cui non si hanno notizie specifiche ma che fu attivo a Parabiago non prima dell’inizio dell’Ottocento, come testimoniano i disegni, a lui con certezza attribuibili, recentemente studiati nel corso della catalogazione del Fondo. [6]  Spetta forse a Carlo Francesco Maggiolini, ed è la copia di un disegno a matita, parte di una serie di quattro, che Andrea Appiani (1754-1817) consegnò a Maggiolini perché li impiegasse per le tarsie dei fianchi della coppia di commodes che andava eseguendo, tra quello stesso 1788 e il successivo 1789, in occasione delle nozze tra Luigia Serbelloni e il marchese Lodovico Busca Arconati Visconti [7].
I quattro disegni, accompagnati da altri studi per le tarsie con Diana e Cibele che sempre Appiani mise a punto per le facciate di quei mobili, si conservano oggi, assieme a numerosi altri fogli dello stesso pittore, nell’album che l’editore e collezionista Giuseppe Vallardi (1784-1861) collazionò nel corso della prima metà dell’Ottocento e oggi conservato presso la Biblioteca dell’Accademia di Brera. Sono invenzioni di grande bellezza, preludio a quella che Giuseppe Reina definì la “seconda maniera” dell’Appiani, caratterizzata dal “naturale e grazioso”, successiva alla visione diretta delle opere di Correggio a Parma nel corso del 1791.

Presso l’Archivio di Stato di Milano si conserva un fascicolo [8] che raccoglie le missive inviate dall’Imperial Regio Consiglio di Governo alla Società Patriottica, formalmente incaricata del conferimento del premio, consistente in una medaglia d’oro del valore di Cinquanta zecchini
La comunicazione ufficiale, redatta in bella copia, è datata 9 settembre 1788:

“Maggiolini Giuseppe Implora qualche Sup.[erio]re contemplazione per l’arte d’intarsiatore che esercita da trent’anni a questa parte con vantaggio della Società tanto per la Scuola da lui tenuta a venti e più persone, come per l’introito di denaro delle commissioni eseguite per fuori Stato.
Si scrive alla Società Patriottica avere il Consiglio determinato che il Maggiolini venga premiato d’una medaglia d’oro del valore di 50 Zecchini dal fondo del commercio, e si previene il ricorrente di dirigersi alla med.[esi]ma per l’effetto sud.[dett]to”.

Il relatore che propose il premio, fu “il Sig. Consigliere M.se Cesare Beccaria”, dal 1786 a capo del Terzo Dipartimento del Consiglio di Governo che, come era uso, raccolse un “ricorso”, non incluso nel fascicolo, in cui Giuseppe Maggiolini implorava “qualche superiore contemplazione”. La minuta del decreto, anch’essa conservata nel fascicolo, reca la medesima data e in calce la firma di Beccaria.

“Attesa l’abilità dell’artefice Giuseppe Maggiolini con cui si distingue nella intarsiatura in legno, e perché coll’avere promossa e perfezionata siffatta manifattura la ha resa un oggetto di commercio anche fuori Stato. Il R.D.C. anche per eccitare l’attività della nazionale mano d’opera ha determinato di rimunerare il pred[ett]o abile Artefice con una medaglia d’oro del peso di 50 Zecchini e che questa gli venga data dalla Società Patriottica nei modi coi quali la medesima suole assegnare simili premi con che però abbia in seguito ad esso la stessa Società rimborsata da Fondo del commercio del valore della D. Medaglia. A tale fine pertanto il Conservatore Anziano della ric[event]e Società darà le opportune disposizioni per l’adempimento di questa Superiore Determinazione e ne renderà a suo tempo il R.D.C. onde possano darsi gli ordini per il corrispondente rimborso.
Milano 9 Sett.[em]re 1788″

I due documenti, inoltrati alla Società Patriottica l’11 settembre, forniscono alcune utili informazioni sull’attività di Giuseppe Maggiolini. Nel 1788 la bottega di Giuseppe Maggiolini è attiva da trent’anni. Si tratta in questo caso di una conferma poiché la prima opera oggi nota agli studi che egli firma, un tavolo da gioco in collezione privata, reca la datata “2 ottobre 1758”. [9]
La seconda e più importante informazione, per la quale si avevano solo indizi, riguarda il fatto che la bottega di Parabiago rappresentò una vera e propria scuola per l’arte della tarsia lignea. Furono “venti e più persone” quelle che Maggiolini formò nel corso dei primi trent’anni di attività. Si tratta evidentemente di quegli intarsiatori le cui opere sono spesso state ritenute, dalla storiografia novecentesca, opere “della bottega Maggiolini” e che solo di recente si è cominciato a ricondurre agli imitatori, o meglio, ora possiamo dire, agli allievi.
Infine la relazione ricorda come fossero numerose, a quella data, i mobili che Maggiolini aveva eseguito per committenti al di fuori dei confini del Ducato, e dunque sottoposte a tassazione daziaria. La più celebre di queste, oggi perduta ma ricordata nelle cronache del tempo fu senz’altro la commode eseguita quattro anni prima, nel 1784, per il marchese Domenico Serra di Genova.

Carlo Cantaluppi, Etichetta di firma (frammentaria) sul retro della tavola

[1] G. A. MezzanzanicaGenio e Lavoro. Biografia e breve storia delle principali opere dei celebri intarsiatori Giuseppe e Carlo Francesco Maggiolini di Parabiago, Milano 1878 [2] Ibidem., p. 38 [3] Ivi. [4] A. Gonzàlez-Palacios, Il tempio del gusto. Il Granducato di Toscana e gli Stati settentrionali, Milano 1986, I, p. 269 [5] M. Ferretti, I maestri della prospettiva, in: Storia dell’arte italiana, Torino 1982, parte terza, Vol. IV, p. 530 e sgg. [6] G. Beretti, A. Gonzàlez-Palacios, Giuseppe Maggiolini, Catalogo ragionato dei disegni, Milano 2014 [7] G. BerettiLe commodes per la “sposa Busca” nel 1789, in: Maggiolini al Fuorisalone (catalogo della mostra), Milano 2015, Tav. 10 [8] Archivio di Stato di Milano, Fondo commercio, Parte antica, Atti di Governo, Premi, pezzo 227 [9] G. BerettiIl mobile dei Lumi. Milano nell’età di Giuseppe Maggiolini (1758-1778), Milano 2010, p.53 e sgg.