Giovanni Maffezzoli, “il più bel dipinto che uscisse mai di mano d’uomo”

Giovanni Maffezzoli, Cremona, 1795 ca.
Madonna di San Girolamo. Tarsia in legno di acero, pioppo e noce. Cm. 74,5×54,5 (con cornice cm. 104×84)

Provenienza: Collezione privata

   Sono oggi note un piccolo numero di tarsie di Giovanni Maffezzoli, traduzioni di dipinti di Luigi Sabatelli (1772-1850) e Giuseppe Diotti (1779-1816), a cui lo legò anche un rapporto di amicizia. Rappresentano episodi legati alla mitologia classica e alla storia antica, che valsero al loro autore, tra il 1805 e il 1816, riconoscimenti e medaglie in occasione di mostre e concorsi accademici.[1] Ne ha riunito un corpus Mario Tavella, in un articolo che costituisce il più aggiornato contributo su queste particolarissime e affascinanti opere del primo Ottocento lombardo, che godettero al tempo di considerazione critica e collezionistica.[2]
L’inedito quadro di cui si scrive, la fedele traduzione lignea della Madonna di san Girolamo di Antonio Allegri, detto il Correggio (1489-1534) – dipinta tra il 1526 e il 1528 e oggi alla Galleria Nazionale d’arte di Parma – rappresenta, allo stato degli studi, un unicum. Non stupisce la scelta di questo capolavoro che durante l’epoca neoclassica, come tutta l’opera di Correggio, suscitò l’interesse degli artisti e della critica. In ambito lombardo, Andrea Appiani (1754-1817), ne fu profondamente influenzato. Francesco Algarotti, nelle Saggio sopra la pittura del 1763, uno dei testi più letti nel Settecento, definì questo dipinto “forse il più bel dipinto che uscisse mai di mano d’uomo”.[3]
Maffezzoli dimostra in questa ambiziosa traduzione lignea del dipinto di Correggio, intelligenza nella lettura del dipinto e una perfetta padronanza tecnica. Impiega tessere, le cui commettiture seguono con esattezza il disegno di Correggio, che poi ombreggia con la sabbia rovente o direttamente con una piccola fiammella prima di ricomporre il mosaico ligneo sulla tavola di supporto. E’ la tecnica adottata da Francesco Capoferri nelle tarsie dei coperti del coro della basilica di Santa Maria Maggiore a Bergamo, su disegni di Lorenzo Lotto[4]. Come Capoferri, grazie a bruciature di diversa intensità, conferisce alla tarsia un ben modulato chiaroscuro col quale restituisce la morbidezza chiaroscurale tipica dell’opera Correggio, ricordata anche da Vasari:

“Nessuno meglio di lui toccò colori, né con maggior vaghezza o con più rilievo alcun artefice dipinse meglio di lui, tanta era la morbidezza delle carni ch’egli faceva, e la grazia con che e’ finiva i suoi lavori.” [5]

Maffezzoli – che molto probabilmente impiegò come modello l’acquaforte di Simon-Francois Ravenet il giovane (1737-1821) stampata a Parma nel 1783 – rende in modo mirabile anche i sentimenti dei volti dei protagonisti della grande pala: quello di Maria, del bambino Gesù e soprattutto il sorriso dell’angelo, che tanto impressionò Vasari quando vide l’opera nella chiesa di Sant’Antonio a Parma:

“Vi è un putto che ride, che tiene a guisa di angioletto un libro in mano, il quale par che rida tanto naturalmente che muove a riso chi lo guarda, né lo vede persona di natura malinconica che non si rellegri.” [6]

Impiegando solo pochi legni chiari e luminosi, accostati con una grande delicatezza tonale, fa anche di questa sua tarsia un raffinato monocromo, sensibile e cangiante, agli occhi dello spettatore, come un velluto all’incidenza della luce. La profilatura è ridotta al minimo: rinforzare le capigliature, le chiome degli alberi, il paesaggio sullo sfondo, dettagli impossibili da rendere col traforo.
Com’era sua abitudine, Maffezzoli non firmò e non datò la tarsia. L’arco cronologico di questa produzione di pannelli tratti da dipinti va dal 1805, quando due sue tarsie furono esposte alla mostra dell’accademia di Brera in occasione dell’incoronazione di Napoleone, al 1816, quando gli fu conferito l’attestato di benemerenza dell’accademia di Parma, due anni prima della sua prematura scomparsa, nel 1818, all’età di quarantaquattro anni. Una collocazione cronologica della Madonna di San Girolamo un poco precoce, forse precedente quella delle note tarsie tutte risalenti alla seconda decade dell’Ottocento, potrebbe essere suggerita, oltre che dalla scelta di un soggetto non legato ai pittori dell’Accademia neoclassica,[7] dall’insistita ombreggiatura, che nelle opere di stretta osservanza storicistica tratte dai dipinti di Diotti e Sabatelli, si fa più delicata.

Non è nota la storia collezionistica di quest’opera, non menzionata nelle fonti di inizio Ottocento in cui vengono ricordate alcune delle sue tarsie. Sappiamo però che nel 1866 la tavola fu restaurata dal liutaio cremonese Gaetano Antoniazzi (1825-1897), allievo della storica bottega di Giuseppe Cerutti (1787-1870), che nel 1870 trasferirà l’attività a Milano dove, assieme ai figli Riccardo e Romeo, darà il via alla tradizione di liuteria milanese del XX Secolo. Alla costruzione di strumenti Antoniazzi affiancò l’attività di ebanista, come dimostra un tavolo da lui firmato comparso a un’asta milanese di Finarte nel 1980.[8]  In virtù di questa abilità restaurò il nostro quadro nel 1866, come ricorda la sua firma incisa nell’angolo inferiore destro: “Antoniazzi Gaetano di Cremona Ristaurò Lanno [Sic.] 1866”. Fu verosimilmente proprio Antoniazzi, in quell’occasione, a dotare il prezioso cimelio dell’illustre concittadino, della cornice intarsiata in peltro e madreperla.


[1] Nell’ Indice delle Produzioni delle Arti del Paese esposte nel Palazzo di Brera in occasione della incoronazione di Napoleone I (1805), sono citati “due grandi quadri istoriati ad intarsiatura di legno” di Giovanni Maffezzoli. Stefano Ticozzi nel Dizionario degli architetti, scultori, pittori… (1833), p. 367 ricorda come nel 1813 l’Istituto Reale di Scienze e Arti di Milano premiò con una medaglia due saggi di tarsia presentati da Maffezzoli: La morte di Socrate e Gli argonauti alla conquista del vello d’oro. Giuseppe Grasselli nell’Abecedario Biografico dei pittori, scultori, architetti… (1827), ricorda un attestato di benemerenza dell’accademia di Parma del settembre 1816, dove Maffezzoli aveva presentato due tarsie raffiguranti Il Sacrificio di una Vergine al Fiume Nilo e Saul all’ombra di Samuele. Entrambe tratte da dipinti del pittore fiorentino Luigi Sabatelli. [2] M. Tavella, Tarsie di Giovanni Maffezzoli, in: “Antologia di Belle arti”, N.S., nn.55-58, 1998, pp. 163-169 [3] F. Algarotti, Saggio sopra la Pittura, Livorno 1763, p. 160 [4] F. Cortesi Bosco, Il coro intarsiato di Lotto e Capoferri per Santa Maria Maggiore in Bergamo, Cinisello Balsamo 1987 [5] G. Vasari, Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, 1550 e 1568, a cura di R. Bettarini e P. Barocchi, pp 380-382 [6] G.Vasari, Le vite, 1568 [7] L. Bandera in Giovanni Maffezzoli intarsiatore cremonese, Antichità viva, N.7-8 1964, figg.14-16, pubblica un tavolo, al tempo presso palazzo Mina Bolzesi a Cremona, firmato e datato 1795. Sul piano spicca una bella traduzione della Giuditta con la testa di Oloferne dipinta dal Domenichino nella chiesa di San Silvestro al Quirinale.[8] Già Finarte, Milano 4 marzo 1980