I Fasti napoleonici di Andrea Appiani

Andrea Appiani (inventò e disegnò), Giuseppe Longhi, Francesco Rosaspina, Michele Bisi, Giuseppe Benaglia (incisero)
Trentacinque incisioni rappresentanti il ciclo pittorico i Fasti di Napoleone, 1805-1816. Tiratura precedente quella ufficiale di Giuseppe Bazzaro del 1845. Montature delle stampe sui telai, cornici e vetri originali.

Provenienza: Collezione Belgiojoso

Tra il 1800 e il 1805, Andrea Appiani dipinse le trentanove tele che costituivano il fregio “a guisa di marmoreo rilievo” che correva lungo la balconata del salone da ballo del palazzo Regio Imperiale, narrando ventuno episodi salienti dell’epopea napoleonica in Italia: le battaglie con le quali il generale corso si impossessò dell’Italia del Nord, la costituzione della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia, l’incoronazione di Napoleone nel duomo di Milano. Le prime tele, quelle relative alle vittoriose battaglie dell’armata d’Italia nel corso del 1796, rappresentano episodi distanti nel tempo alcuni anni, mentre quelle che lo completano, come la cerimonia dell’incoronazione di Napoleone imperatore avvenuta nel duomo di Milano il 26 maggio 1805, sono dipinte da Appiani, che vi assistette di persona, in tempo reale.

Andrea Appiani (inventò e disegnò), Francesco Rosaspina (incise), L’Italia appare a Napoleone in Egitto. Acquaforte, rame mm. 225×527

Con il ritorno degli austriaci a Milano, nel 1814, il fregio venne rimosso, conservato nella guardaroba di Palazzo reale sino al 1828, quando l’arciduca Ranieri  lo destinerà, in virtù del suo valore artistico, all’accademia di Brera dove rimarrà visibile, nella Sala dei gessi, sino al 1860. Con l’unità d’Italia fu ricollocato al suo posto originale. Qui rimarrà sino all’estate del 1943, quando il bombardamento che colpì il palazzo milanese distrusse il grande salone da ballo e con esso le tele dell’Appiani[1].
Appiani dipinse questo lungo fregio, come decorazione del salone da ballo, a partire dal giugno del 1800, su incarico di Francesco Melzi d’Eril, vicepresidente della repubblica Cisalpina. Ebbe in uso come studio per questa impegnativa commessa, il refettorio del soppresso convento di Santa Maria della passione. Numerosi sono gli schizzi, le prime idee fissate sulla carta dal pittore conservati tra pagine dell’album Vallardi, presso la Biblioteca dell’Accademia di Brera, che testimoniano l’impegno di Appiani per narrare le gesta di Napoleone in Italia in forma di fregio all’antica, nei modi di un sarcofago ellenistico e in quelli delle colonne romane, note soprattutto attraverso le incisioni di Pietro Santi Bartoli[2].
Il ritmo della narrazione, la coerenza compositiva tra le numerose scene di battaglia e quelle civili, legate alle vicende politiche che portarono all’incoronazione di Napoleone imperatore e alla fondazione del Regno d’Italia, facevano dei Fasti un’opera di straordinaria perizia.

Andrea Appiani (inventò e dipinse), Francesco Rosaspina (incise), Bonaparte si appresta a conquistare l’Egitto (Tav.XV). Acquaforte, rame mm. 225×527

La scelta della grisaglia fu per il Palazzo reale una scelta quasi naturale. Era stata portata in auge nelle decorazioni pittoriche delle sale d’apparato del palazzo dell’arciduca Ferdinando, nei sopraporta dipinti Giuliano Traballesi (1731-1812), inseriti con naturalezza nelle decorazioni a stucco di Giocondo Albertolli (1743-1839) – che Appiani ben conosceva avendo partecipato anch’egli, giovane aiutante di Giuseppe Levati, a quella campagna decorativa sotto la direzione di Giuseppe Piermarini (1734-1808).
Una prima redazione incompleta del ciclo, corrispondente a circa la metà dell’opera, fu esposta nel corso dei festeggiamenti della Festa Nazionale, celebrata a Milano il 26 giugno 1803. Il resto del lavoro, ci informa un articolo del “Corriere Milanese” del giorno successivo, “verrà proseguito in appresso, essendo opera di studiatissima composizione”.
Appiani completerà l’opera nel corso del 1805, aggiungendovi l’episodio dell’incoronazione di Napoleone re d’Italia, certamente dipinto dopo il 26 maggio di quell’anno, a ridosso dell’evento.

Andrea Appiani (inventò e dipinse), Giuseppe Rosaspina (incise), Bonaparte incontra il messaggero austriaco a Lonato (Tav.VIII). Acquaforte, rame mm. 220×512

L’imperatore colse immediatamente la forza comunicativa e propagandistica, nonché, grazie alla qualità artistica, il valore per la formazione dell’iconografia del mito napoleonico di questo ciclo. Appiani fu incaricato personalmente dallo stesso Napoleone di dirigere la traduzione grafica dei Fasti, “senza risparmio di denaro, tempo ed energia.”[3] A capo dell’impegnativa impresa fu messo Giuseppe Longhi (1766-1831), in quegli anni, assieme a Raffaello Morghen (1758-1833), l’incisore italiano di maggior prestigio, professore presso l’Imperiale Accademia di Belle arti di Brera. Il 31 luglio il principe Eugenio di Beauharnais autorizzava un primo pagamento al Pittore di “ L. 30000 pour l’an 1805. Pareille somme lui sera comptée tous les ans jusque à qu’il ait terminé la graveur des dessins qu’il a commencé sur les Campagnes de S.M. en Italie.”[4] Appiani comincia a predisporre i disegni necessari al lavoro dell’incisore, alcuni dei quali sono ancora conservati presso il Gabinetto dei disegni delle Raccolte artistiche del Comune di Milano, vigilando sulla perfetta restituzione grafica dei suoi dipinti.

Andrea Appiani (inventò e dipinse), Francesco Rosaspina (incise), Ingresso dei francesi a Milano (Tav.V). Acquaforte, rame mm. 220×475

Longhi vi lavorò almeno sino al 1811 quando nell’opera, che si dimostrò un’impresa più impegnativa del previsto, subentrarono Francesco Rosaspina (1762-1841), incisore bolognese legato da amicizia con Andrea Appiani – che vi lavorò col fretello Giuseppe -, e Michele Bisi (1788-1874), il miglior allievo milanese di Longhi. Durante tutto il corso del lavoro Appiani fu inoltre chiamato a vigilare affinché le stampe non venissero divulgate; Napoleone aveva infatti espresso la precisa volontà che per nessuna ragione circolassero le prove di stampa prima della pubblicazione ufficiale dell’intera opera.  A questo proposito Appiani scrive a Francesco Rosaspina nel maggio del 1808: “Per carità che non ne sorti manco una essendo questo ordine di S.A.I. il Vice Re”.  Addirittura egli si raccomanda che le prove di stampa tirate a Bologna, venissero spedite attraverso un canale sicuro, “giacché mandandole per altro mezzo, corrono il rischio di stare nelle mani altrui, d’essere vedute, e tu sai quanta delicatezza dopo tutto ciò che è accaduto a questo riguardo, mi convenga avere. Si tratta, come non ignori, di cosa per cui non si ha mai cautela bastante.”[5]

Andrea Appiani (inventò e dipinse), Michele Bisi e Giuseppe Longhi (incisero), Bonaparte primo Console (Tav.XX). Acquaforte, rame mm. 225×463

Le lastre, una volta completate e dopo che il pittore aveva approvato le prove di stampa, dovevano essere consegnate, per ordine del viceré Eugenio, al tesoro della corona, dove sarebbero state al sicuro, in attesa dalla tiratura finale. Così si procedette sino al 1816 quando l’intera esecuzione delle trentacinque tavole che compongono il ciclo, poté dirsi terminata. Purtroppo fuori tempo massimo, dopo gli sconvolgimenti che avevano visto la caduta dell’imperatore, in piena Restaurazione, un anno prima della morte di Andrea Appiani, e quando i Fasti, sotto il governo di Francesco I, erano già stati rimossi dal salone da ballo del palazzo di corte.

Andrea Appiani (inventò e dipinse), Michele Bisi e Giuseppe Longhi (incisero), Medaglie commemorative: la Repubblica riconoscente verso la Francia, i Comizi di Lione, Napoleone Imperatore (Tav. XXXIV). Acquaforte, rame mm. 220×600

Ufficialmente la serie vedrà la luce solo nel 1845 quando l’incisore Giuseppe  Bazzaro riuscì ad acquistare, riunendoli, i trentadue rami in mano agli eredi del pittore e i tre che Rosaspina aveva consegnato nel 1818 all’accademia di Brera, dandone annuncio tramite un pubblico avviso sulla “Gazzetta Privilegiata di Milano” del 27 aprile di quell’anno. Ma è lo stesso Bazzaro ad informarci, nella petizione redatta nel 1841 durante la trattativa per l’acquisto dei rami braidensi, che “di quest’opera sono già diversi anni che se ne trovano in vendita copie complete”[6], a dimostrazione che la fama che circondava quest’opera di Appiani da parte della società milanese e l’interesse per i temi e l’iconografia napoleonica, destinata a crescere nel 1821 con la morte di Napoleone a Sant’Elena, come l’ode di Manzoni testimonia, non venne mai meno, nemmeno nei primi anni della Restaurazione.

Andrea Appiani (inventò e disegnò), Francesco Rosaspina (incise), Ritorno di Bonaparte dall’Egitto (Tav. XVIII). Acquaforte, rame, mm.220×515

Note:
[1] Questa è la versione unanimemente accettata dalla storiografia. Va però detto che, già a partire dal 1940, Palazzo reale fu progressivamente svuotato dai funzionari responsabili della sua tutela, di tutto il suo contenuto di opere d’arte e arredi. Dal salone delle cariatidi furono rimossi i divani, i grandi lampadari in bronzo e cristallo. Difficile pensare siano stati lasciati appesi alla balaustra della balconata i Fasti, opere considerate di elevato valore artistico e  semplici da rimuovere. La gran parte degli arredi e delle suppellettili del palazzo reale non andò distrutta. Non fece purtroppo più ritorno, al termine della guerra, nel palazzo parzialmente distrutto; andando dispersa in mille rivoli. anche le trentanove tele dell’Appiani molto probabilmente subirono il medesimo destino. [2] G.L.Mellini, I Fasti napoleonici di Andrea Appiani, in: L’imperatore sugli scudi, il tema del trionfo nell’iconografia napoleonica, Belforte, Livorno, 1990, p. 26 [3] E. Bairati, P. De Vecchi, M.Pivetta (a cura di), I Fasti di Napoleone di Andrea Appiani, Neri Pozza, Vicenza, 1997, p. 91 e sg. [4] Ibidem [5] Milano, Archivio storico dell’Accademia di Belle Arti di Brera (CARPI A VI 26) [6] Milano, Archivio storico dell’Accademia di Belle Arti di Brera (CARPI C II 22), Soprintendenza Beni Artistici e Storici, Archivio Antico, Parte II, Cassetta 11, fascicolo 65