La sedia in forma di tripode di Giocondo Albertolli

Artigiani milanesi su disegno di Giocondo AlbertolliSgabello, legno intagliato e dorato. Milano, 1784 ca. Milano, Raccolte Artistiche del Comune di Milano (Inv. Mobili 1299)

Il più conosciuto dei mobili progettati da Giocondo Albertolli per il completamento delle proprie decorazioni per i palazzi di corte è senz’altro lo sgabello proveniente dalla Villa di Monza, presente nella tavola VI del volume Decorazioni di Nobili Sale e denominato dallo stesso Albertolli nella didascalia come “sedia in forma di tripode”.
E’ Alvar Gonzàlez-Palacios il primo ad aver colto ed evidenziato il valore di questo piccolo oggetto per la storia del Gusto Neoclassico in Lombardia. Nel 1971 rintraccia quello che verosimilmente costituisce il disegno preparatorio dello sgabello eseguito da Giocondo Albertolli oggi conservato presso il Museo Correr di Venezia, esposto nel 1972 alla mostra londinese The age of Neoclassicism.
Di questo mobile se ne conoscono otto esemplari che costituiscono i resti di un finimento verosimilmente molto più numeroso, pensato ed eseguito “per un gabinetto della R. Villa di Monza” come scrive Albertolli nella didascalia al piede della tavola sopracitata. Di questi otto quattro sono oggi presso le Civiche Raccolte d’Arte milanesi e altri quattro nelle collezioni del palazzo del Quirinale a Roma, dove sono giunti da Monza il 27 gennaio 1915. Dei quattro delle Civiche Raccolte milanesi tre sono originali mentre uno è una copia più tarda, eseguita successivamente anche in modo piuttosto grossolano. Dei quattro al Quirinale Alvar Gonzàlez-Palacios scrive: “sono stati ridipinti e ridorati; privati dell’imbottitura e foderati di velluto dentro e sopra la cintura per destinarli a sostegno di lastre di cristallo”. Si conservano infine altri due esemplari, segnalati senza riportare però numeri di inventario, resi noti in occasione della mostra milanese Il Neoclassicismo in Italia oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Un’attenta disamina delle carte del fondo Albertolli, conservato oggi presso l’Archivio Cantonale di Bellinzona, permette di datare con una certa precisione il piccolo arredo di cui si scrive, sicuramente uno degli archetipi del neoclassicismo lombardo. Sebbene le primissime copie del volume Decorazioni di Nobili Sale, “legate e stampate in carta d’Olanda”, sono date alle stampe il 7 agosto del 1787, una prima prova della tavola VI, in cui lo sgabello compare assieme ad un “sofà” e ad un secondo seggio, come ricorda un appunto dello stesso Albertolli, risulta già incisa nell’aprile del 1784.
A quella data dunque lo sgabello, o meglio l’originaria guarnitura, assieme agli altri oggetti incisi sullo stesso rame, risulta già eseguita “per un gabinetto della R. Villa di Monza”. Il testo della didascalia, non presente nella prova di stampa in quanto non ancora inciso nel rame, è aggiunto a penna dall’Albertolli nell’agosto del 1784 quando, ricontrollando la prova di stampa con la cura che lo contraddistingue, aggiunge di suo pugno il testo della didascalia, poi incisa, nella quale specifica che i tre mobili sono “eseguiti”.  Dunque l’agosto 1784 risulta il termine ante queml’esecuzione di questo arredo.  Esistono tuttavia altri due elementi che ci permettono di restringere ulteriormente il fuoco sulla datazione. Su di una prova di stampa della tavola VII del medesimo volume, in una nota Albertolli ricorda come per incidere in rame quella tavola l’incisore avesse impiegato un tempo corrispondente a circa tre mesi lavorativi. Questo fatto ci permette di fissare l’inizio della traduzione in rame della tavola VI attorno alla primavera del 1784. Seguendo il filo di questo ragionamento gli sgabelli, tra la fine del 1783 e i primissimi mesi del 1784 dovevano essere già eseguiti e collocati in “un gabinetto della R. Villa di Monza” tanto da indurre Albertolli a darne pubblica conoscenza tramite l’incisione. Si aggiunga anche, a completamento di questo calcolo dei tempi, la redazione da parte di Albertolli stesso del minuziosissimo disegno esecutivo della tavola di cui si conserva solo il frammento relativo al “sofà”. Gli ultimi mesi del 1783 rappresentano dunque il termine ante quem da fissare per l’esecuzione di questi sgabelli.

Uno degli sgabelli conservati presso le Civiche Raccolte d’Arte milanesi reca sul fusto, tracciata a pennello in rosso, la data 1783. Cosa possa significare resta ancora una questione del tutto aperta. Forse l’anno di esecuzione posto in modo informale da uno degli esecutori (intagliatore o doratore), o forse l’anno d’ingresso del mobile nella guardaroba arciducale. Al momento è impossibile dirlo. Va però detto che la data 1783 appare perfettamente in linea con le tendenze del gusto più alla moda. Il 1783 è l’anno che vede l’esecuzione da parte di Giuseppe Maggiolini del famoso tripode commissionato dall’Arciduca Ferdinando come donativo alla corte di San Pietroburgo. Oggi perduta, di quest’opera si conserva, nel fondo dei disegni di bottega, quello che probabilmente costituisce il disegno preparatorio. La notizia, insignificante dal punto di vista della datazione della nostra opera, testimonia l’interesse da parte dei più attenti rappresentanti lombardi del gusto neoclassico, di rifarsi ad un oggetto sentito in quegli anni come un topos dell’arredo alla “nuova Maniera”. Ed un dono dell’Arciduca Ferdinando alla corte di San Pietroburgo non poteva che essere all’avanguardia della Maniera neoclassica.
Ci pare che bene abbia fatto Alvar Gonzàlez-Palacios ad evidenziare la vicinanza del nostro sgabello a foggia di tripode a quello effigiato nel quadro, dipinto da Jean Baptiste Greuze nel 1768-69 “Septime Sévère reprochant à son Fils Caracalla d’avoir voulu l’assasiner”. E ancora si potrebbe rimarcare la vicinanza del nostro con quelli visibili nel “Sacramento della penitenza” di Nicolas Poussin o in “Augusto e Cleopatra” di Anton Rafael Mengs. Nel 1781 con le Antiquités d’Erculanum di Silvan Maréchal si erano diffusi i primi modelli di mobili tra cui non pochi tripodi il cui successo era stato già stato sancito, oltre che dalle incisioni del Piranesi, dal famoso quadro del Vien, esposto al Salon del 1763, “Sacerdotessa che brucia incenso su un tripode” poi inciso dal Flippart con il titolo “La verteuse Athenienne” dal quale prese l’avvio un vero e proprio genere di mobilia.  Ed è vero, come ha notato sempre Gonzàlez-Palacios, che “la novità dell’Albertolli consiste nell’aver utilizzato quel che fino ad allora era stato presentato come un tavolo quale modello per un sedile”.

Giocondo Albertolli, Progetto per la “Sedia in forma di tripode”, 1784 ca. Venezia, Museo Correr.

Nel corso dell’Ottocento, probabilmente in epoca sabauda, l’originale lacca bianca fu infatti coperta da una pesante vernice dorata nell’intento di ottenere un piccolo mobile interamente dorato. La rimozione di questa verniciatura e il ritrovamento dell’originaria lacca restituisce al mobile il suo aspetto caratterizzato dal binomio doratura – lacca “color d’aria” che caratterizzò la produzione di arredi della corte ferdinandea e tout-court gli arredi milanesi d’epoca neoclassica.
Delle realizzazioni del secondo sgabello e del sofà presentati assieme al nostro celeberrimo sgabello alla tavola VI del volume Alcune decorazioni di nobili sale, oggi non si conserva nessuna traccia. Se è vero che nessuna opera di valore va perduta allora stiamo pur certi che prima o poi qualcosa ritornerà a galla, magari un solo sgabello di quella seconda guarnitura o il sofà. Nel frattempo vale la pena di soffermarsi, seppur brevemente, su queste opere di cui moltissimo ci dice la precisa immagine grafica lasciataci da Albertolli e dall’incisore Andrea De Bernardis.  Si tratta di mobili che per gli anni in cui furono concepiti e realizzati, ricordiamo ancora che la tavola che ce le mostra fu incisa nel corso del 1784, rappresentano dei veri e propri archetipi dell’ornamentazione alla Nuova Maniera che non trovano molti paragoni con quanto in Italia si andava disegnando.  Il paragone, se non strettamente limitato all’ambito della mobilia, ci sembra possibile con la produzione del più maturo Piranesi restauratore e antiquario. Ma come per gli stucchi anche per i mobili l’irrefrenabile fantasia antiquaria Piranesiana trova in Albertolli un registro più pacato in cui la con-fusione di elementi tratti dall’antico approda ad un risultato delicatamente equilibrato, profondamente rassicurante. Il misurato gusto archeologico che permea questi mobili trova piuttosto una rispondenza nel gusto che da oltre un ventennio andava caratterizzando l’operare, in Inghilterrra, di Robert Adam, anch’egli ben sensibile, al pari dei propri committenti, al gusto romano del Piranesi. Non ci sembra distante la lingua che Albertolli parla nei mobili di questa tavola da quella che aveva espresso opere come i tripodi eseguiti su disegno di Robert Adam nel 1774 per la casa londinese di Sir Watkin Williams-Wynn. Si tratta certo di una rispondenza legata ad una circolazione di gusto internazionale, non certo alla conoscenza diretta da parte di Albertolli delle opere di Robert Adam.
Dei due sgabelli riprodotti affiancati uno all’altro è certamente quello oggi ancora conservato in alcuni esemplari a rappresentare la versione più interessante, caratterizzata dalle tre vigorose gambe zoomorfe legate all’altezza del ginocchio, come bloccate nell’attimo che precede lo scatto da una forte corona di foglie di quercia. Quest’effetto di energia trattenuta e stemperata sapientemente nella grazia asciutta dell’ornato fitomorfico della stessa corona e delle guaine che fasciano superiormente le gambe a mo’ di capitello, rappresenta senz’altro la caratteristica saliente di questo mobile frutto di un’immaginazione ornamentale prossima a quella piranesiana. Non a caso il motivo dei tre vigorosi arti flessi lo troviamo nel primo ordine del grande candelabro Newdigate di Piranesi. La fascia presenta un ornato di carattere architettonico dalla rigorosa scanalatura, mitigata in corso d’opera con l’inserimento di periodici rosoncini come si vede nei mobili conservati. La corona di foglie di quercia era motivo già impiegato dall’Albertolli. Nella volta di quella che oggi viene denominata “terza sala degli arazzi” in palazzo arciducale, essa compare nelle due cartelle centrali del lato lungo della volta legando all’apice le due metà di un ricchissimo girale d’acanto. 

Bibliografia: Alvar Gonzàlez Palacios, Il patrimonio artistico del Quirinale: i mobili italiani, Milano 1996, pp. 292-293
G. Beretti, Laboratorio: contributi alla storia del mobile neoclassico milanese, Milano 2005, pp. 168-177
E. Colle, Museo d’Arti Applicate: mobili e intagli lignei, Milano 1996, p. 287