Giuseppe tentato dalla moglie di Potifar in un piatto di Nicola da Urbino

Sotheby’s London, Treasure XI, 10 dicembre 2020Lotto 1
An Italian maiolica istoriato plate, circa 1530-5, Urbino, workshop or circle of Nicola da Urbino

Tra il 1518 e il 1519 Raffaello Sanzio affresca le logge del palazzo di Niccolò III in Vaticano con gli episodi della vita di Giuseppe. Nella settima volta è la scena, tradotta poi in incisione da Marcantonio Raimondi, dipinta sul piatto in maiolica di cui si scrive, passato in asta da Sotheby’s lo scorso 10 dicembre.

Venduto come schiavo a Potifar, capitano delle guardie del faraone, Giuseppe riceve le attenzioni della moglie del ricco signore. Nel rifiuto delle avances e nel tentativo di fuga la donna gli strappò il mantello, poi divenuto lo strumento della sua rovina. Respinta da Giuseppe la moglie di Potifar lo fece incarcerare con l’accusa di aver tentato di violarla, portando il mantello come prova di colpevolezza.
L’autore del dipinto su maiolica fa una copia fedele dell’incisione di Marcantonio Raimondi, sono infatti poche le alterazioni dell’originale per adattarla ad un formato circolare. La scena, ambientata nella camera da letto della donna, vede i due protagonisti stagliarsi in primo piano. Sul fondale, quasi una quinta scenica con tanto di drappi, è presente la figura del diavolo tentatore.
Nonostante la paternità del piatto sia oggetto di dibattito, l’esecuzione presenta forti analogie con l’opera di Nicola di Gabriele Sbraghe, detto Nicola da Urbino. I toni caldi degli incarnati e la stretta aderenza alla fonte grafica sono caratteristiche delle opere attribuite a Nicola eseguite a partire dal 1528, in contrasto con i toni bluastri dei suoi lavori giovanili e delle composizioni più fantasiose perlopiù dedotte dalle xilografie veneziane dalle Metamorfosi di Ovidio stampate nel 1497.

Il piatto proviene dalla collezione di Viktor Wendelstadt (1819–1884), illustre banchiere di Colonia. Nel 1856 assieme alla moglie Amelie si trasferì a Bonn, presso La Redoute, residenza costruita attorno al 1790 e appartenuta all’arciduca Massimiliano Francesco d’Austria. Il palazzo neoclassico, destinato a balli in costume dove si esibirono Ludwig van Beethoven e Joseph Haydn, divenne lo scrigno perfetto per le opere del banchiere tedesco.