Un micro intaglio dell’Ultima cena di Giacomo Marchino

Giacomo Marchino e collaboratori, Torino, 1830 ca., 1850 ca.
Microintagli in avorio rappresentanti L’ultima cena di Leonardo, i quattro evangelisti, i profeti Osea e Naum e i simboli della passione di Cristo.
Avorio, ebano, cornice in noce, pero tinto nero e acero. L’ultima cena Cm. 12×23, il pannello cm.47×58, con la cornice cm. 62×73 x7,5

Provenienza: collezione privata

Scarse sono le notizie e la fortuna critica novecentesca di Giacomo Marchino, maestro intagliatore in avorio, fratello di Giuseppe Marchino, e allievo prediletto di Giuseppe Maria Bonzanigo che godette, nella Torino della Restaurazione, di una solida reputazione. Alessandro Baudi di Vesme nelle Schede sull’arte piemontese del XVI al XVII secolo [1] dedica ai due fratelli brevi ma circostanziati profili, derivati da quanto avevano scritto Gaspare de Gregory nell’Istoria della Vercellese letteratura ed arti [2] e Goffredo Casalis nel Dizionario geografico, storico, statistico commerciale degli Stati di S.M. il re di Sardegna.[3] Breve la menzione del de Gregory, poche righe basate però su notizie di prima mano, quando ancora il maestro era vivo, nel 1824:

“Giuseppe Marchini, di Campertogno, figlio di altro Giuseppe, nato nel 1769, si diede alla scultura in legno, fu allievo in Torino del fu Bonzanigo, il primo a lavorare in avorio, quindi ansioso di fare fortuna, andò in Francia, protetto dal maresciallo Jourdan, e colà scolpì il ritratto di Napoleone, e di altri grandi personaggi; ritornò in patria, ove nel 1804 morì d’anni trentacinque compianto da perenti e dagli amatori delle Arti.
Giacomo Marchini, fratello del prelodato, nacque in Campertogno nel 1784, egli è in oggi distinto scultore, e tiene in Torino il Regio stabilimento del Maestro Bonzanigo, il quale per affezione gli legò il suo studio, stato poi accresciuto di belle opere, e di statue di avorio cosicché tutti i viaggiatori gli rendono visita, e fanno acquisto de’ suoi eleganti intagli.

Si dilunga Casalis, qualche anno più tardi, nel 1856, fornendoci notizie a quella data certamente verificate:

“Marchino Giuseppe […] si condusse in Torino a fine di esercitarsi nei lavori d’avorio presso il Bonzanigo, pei quali non tardò riscuotere applausi non che dal maestro, da quanti visitavano quello stabilimento. Bramoso di perfezionarsi nelle delicate opere di siffatto genere, e d’incontrare migliore fortuna, seguì il consiglio del maresciallo Jourdan, che lo incoraggiava a recarsi a Parigi. Quivi per primo suo lavoro fece in avorio il ritratto di Bonaparte. Impegnossi in seguito in un grandioso intaglio mitologico, che riuscì egregiamente, ma non avendo in quei giorni ottenuto del pubblico quell’approvazione e quei favori che meritatamente aspettavasi, se ne accorò fortemente, e vedendosi secondato dalla buona ventura, gramo di salute fece ritorno a Campertogno, ove cessò di vivere nel 1804, essendo in età di anni 35. Lasciò morendo una figlia di nome Anna Maria, la quale allevata da lui e diretta nello studio della scultura in avorio, riuscì valentissima nei fiori. Nacque in Torino nel 1798 e diciotto anni dappoi dié la mano di sposa al suo zio. Marchino Giacomo, fratello del precedente, nacque nel 1784. Da giovinetto portossi a Torino, e coll’appoggio del fratello ottenne di applicarsi in questa città allo studio del disegno, e di apprendere la scultura in avorio nello stabilimento dello stesso Bonzanigo. Imparò anche la scultura in legno, nel qual genere diede saggio di molta abilità così come nelle opere di ornato che di statuaria. Il re Carlo Felice, munifico proteggitore delle arti belle, in considerazione dei meriti singolari di questo distinto artista, gli conferì, insieme con un’annua pensione, il titolo di scultore regio in avorio.”

Di Giuseppe, morto giovane a Torino dopo il soggiorno parigino, non si hanno altre notizie, e nemmeno si conoscono, ad oggi, sue opere certe.
Di Giacomo abbiamo qualche informazione in più, e qualche rara opera certa; ma sempre poco rispetto alla fama di cui il maestro godette tra il 1819, anno in cui ereditò la bottega di Bonzanigo e fu insignito dal re Carlo Felice del titolo di “Regio scultore in avorio” – successivamente confermato da Carlo Alberto-, e il 1841, anno della sua morte. A differenza dell’altro allievo di Bonzanigo, il ticinese Francesco Tanadei (1771-1828) [4], che continuò lungo il solco tracciato dal suo maestro intagliando, preferibilmente in avorio, allegorie, scene mitologiche e soprattutto ritratti di personaggi napoleonici e della nobiltà piemontese, Marchino si specializzò nella riproduzione in scala ridotta di celebri opere d’arte di scultura e di pittura. Nelle sue opere, ha scritto Vittorio Viale, “l’esibito minuto virtuosismo di Bonzanigo e di Tanadei lascia spazio alla preferenza per blocchi eburnei di discrete dimensioni, trattati con maggior semplificazione di gusto già purista.”[5]

Datate 1823, sono due riduzioni delle Grazie di Canova e de l’Ermafrodito: piccoli avori finemente intagliati, acquistati in Italia nel 1823 Charles Delves-Broughton e oggi al Victoria and Albert Museum di Londra.
Il 15 settembre 1829 lo scultore “Giacomo Marchino viene pagato “per avere eseguito un Crocifisso con un pezzo d’Avorio dell’elefante che si trova vivente a Stupinigi, del quale lavoro S.M. fu pienamente soddisfatta di modo che per il merito dell’opera come altresì in attestato del suo Reale gradimento si è degnata ad estendere la ricompensa alla somma di Lire 500”. Si tratta del crocifisso in avorio e ebano, dal 1842 presso la cappella di San Massimo del castello di Agliè, già documentato come di proprietà della regina Maria Cristina (1812-1836). Quello stesso anno presenta, all’Esposizione di Belle Arti e dell’industria al castello del Valentino, una riduzione del Laoconte.[6] Nel 1832 esegue la statua della madonna del Rosario, in legno, per la collegiata di Borgosesia. Sempre nel 1832, nel Catalogo dei prodotti dell’industria de’R. Stati ammessi alla seconda triennale pubblica esposizione dell’anno 1832 nelle sale del castello del Valentino, sono menzionati due bassorilievi in avorio del “Signor Marchino”. Il primo (Cat. 319) rappresenta “Dafni e Cloe”, il secondo (Cat. 321) la “SS. Annunziata”.  Il bassorilievo con Dafni e Cloe è probabilmente quello, oggi in collezione privata,[7] e tratto dal dipinto di Louis Hersent (1777-1860), presentato al Salon di Parigi nel 1817, che probabilmente Marchino conosceva attraverso una delle tre incisioni coeve dell’opera.[8] Lo stesso Natale ricorda come di questo stesso soggetto sono note almeno altre due versioni, una delle quali, firmata e datata 1826, è comparsa a una vendita londinese della casa d’aste Bonhams, nel 2013[9].

Giacomo Marchino, Dafni e Cloe, 1826, Londra, già Bonhams

In occasione della Mostra dei prodotti dell’industria del 1838, “Giacomo  Marchino scultore in avorio di S.M. il re Carlo Alberto”, ripresenta  il bassorilievo Dafni e Cloe (forse una replica), assieme a una’Angelica e Medoro e un’Annunciazione (Cat. 141).
Datato 1838 è un piccolo quadro raffigurante la morte che afferra un giovane, conservato presso il Museo Civico d’Arte antica di Palazzo Madama a Torino (Inv. 0242/AV). Un busto di Gesù Cristo, databile attorno al 1815-20, è stato esposto come opera di Giacomo Marchino in occasione della mostra Giuseppe Maria Bonzanigo, Intaglio minuto e grande decorazione del 1990.[10] Già presso la casa parigina di Alvar Gonzàlez-Palacios, era un busto di Vittorio Alfieri, firmato “Marchino F”[11]. Da Bonhams, a Londra nel 2010, è comparsa una riduzione della Maddalena penitente di Canova[12] anch’essa credibilmente attribuita a Giacomo Marchino.

L’inedito quadro di cui si scrive, dall’insolito impianto compositivo in cui i microintagli sono inseriti in una griglia di riserve definite da strisce di avorio di due diversi spessori legate da chiodi e minute torniture di ebano, è un unicum che non trova diretto riscontro nella produzione conosciuta sino ad oggi di Marchino, del suo maestro Bonzanigo e dell’altro intagliatore in avorio Tanadei.
Dieci microintagli circolari, rappresentanti gli evangelisti, i due profeti minori Osea e Naum, i simboli della passione di Cristo inseriti in corone di spine, e otto piccole riserve ornamentali, incorniciano una grande placca centrale che riproduce L’ultima cena di Leonardo da Vinci nel refettorio della chiesa milanese di Santa Maria delle Grazie. Soggetto in quegli anni piuttosto in voga a Torino: nel 1827 Carlo Felice commissionò, al pittore vercellese Francesco Gagna, una copia a grandezza naturale della celebre opera, che sarà collocata nel 1835, per volere di Carlo Alberto, sulla controfacciata del Duomo di Torino.  L’interesse della famiglia reale per Leonardo testimoniato soprattutto dall’acquisto, nel 1839, compiuto da Carlo Alberto, di tredici fogli autografi del maestro, comprendenti il celeberrimo autoritratto, destinati alla biblioteca Reale. Di pochi anni precedente – a conferma del diffuso interesse non solo torinese per quest’opera dovuto principalmente alla pubblicazione del famoso libro allestito da Giuseppe Bossi nel 18010[13]- è la copia musiva, anch’essa a grandezza naturale, realizzata Milano da Giacomo Raffaelli tra il 1810 e il 1817 sotto la protezione e con il sostegno economico i Eugenio di Behauarnais.[14]

La qualità di questo intaglio, tratto dall’incisione che ne fece Raffaello Morghen (1758-1833), è quella delle opere oggi note di Marchino; nessuna delle quali raggiunge però queste dimensioni: la placca misura infatti 12 centimetri di altezza, 23 di lunghezza. Il maestro scolpisce con la massima precisione ogni dettaglio dell’incisione: la fisionomia dei volti degli apostoli, i panneggi delle vesti, le stoviglie sulla tavola, i ricami della tovaglia, il disegno dei tessuti alle pareti, il soffitto a cassettoni e le montagne in lontananza oltre le tre finestre della parete di fondo.

Di altra mano e leggermente più tardi sono i micro intagli che compongono il pannello che incornicia L’ultima cena, probabilmente rimasta in bottega dopo la morte del Maestro, e inserita nel quadro giunto sino a noi da un suo allievo, o forse dalla moglie Anna Maria, anch’essa, come ricorda Casalis, valente intagliatrice in avorio.
I due profeti sono tratti dalle incisioni di due dipinti di Giovanni Odazzi (1663-1731) e Domenico Maria Muratori (1661-1744) nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma, pubblicate da Agostino Valentini nel volume La Patriarcale Basilica Lateranense (Vol.I), edito nel 1832. I quattro evangelisti sono invece tratti dai quattro mosaici nei peduncoli della cupola della Basilica di San Pietro, realizzati su disegni di Cesare Nebbia (1536ca.-1622) e Giovanni de Vecchi (1537ca.-1615), pubblicati nel volume, edito nel 1845 sempre dal Valentini, La Patriarcale Basilica Vaticana (Vol.I).
Completano questa ampia incorniciatura quattro riserve in cui corone di spine racchiudono gli attributi della passione di Cristo e otto, più piccole, occupate da fitti girali.
Se l’ultima cena fu eseguita entro il 1841, anno della morte di Marchino, ad una data poco successiva il 1845, anno di pubblicazione del volume di Valentini sulla Basilica vaticana in cui compaiono le incisioni dei quattro evangelisti, risale il completamento del quadro. Anche le piccole riserve ornamentali finemente intagliate, già sensibilmente neo rinascimentali, confermano una datazione a quest’altezza.


[1] A.Baudi di Vesme, Schede Vesme. L’arte in Piemonte dal XVI al XVIII secolo, Torino, 1968, Vol. II, p. 649 [2] Vol. IV, p. 375 e sg. [3] Vol. XXVIII, p. 26 [4] Su Tanadei si veda: Alessandro Baudi di Vesme, Op.cit., Vol. II, p 1021 e sgg. [5] V. Natale, Genio e maestria, Mobili ed ebanisti alla corte sabauda tra Settecento e Ottocento, Torino, 2018, p. 284) [6] V.Natale, Op.cit., p. 284 [7] Ibidem, a proposito della provenienza di questo rilievo scrive Natale: “alcune iscrizioni sul retro attestano che l’oggetto apparteneva  nel 1878 allo scozzese Sir John Trotter Bethunr, secondo conte di Lindsay [8] V.Natale, Op.cit., p. 283 e sg. [9] Bonhams, Londra, 5 dicembre 2013, lotto 29 [10] C.Bertolotto, V.Villani (a cura di), Giuseppe Maria Bonzanigo. Intaglio minuti e grande decorazione. Catalogo della mostra, Alba, Pinacoteca Civica, ottobre 1989 – gennaio 1990, p. 77e sg. [11] Sotheby’s Parigi, 29 marzo 2007, lotto 30 [12] Bonhams, Londra, 9 dicembre 2010, lotto 23 [13] G.Bossi, Del Cenacolo di Leonardo da Vinci, Milano, Stamperia Reale, 1810 [14] Originariamente destinata al Louvre, con la restaurazione fu destinata a Vienna, dove sarà installata, nel 1847 su una parete della Minoritenkirche.

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