Giuseppe Maggiolini,le commodes per la “sposa Busca”

Giuseppe Maggiolini, coppia di commodes intarsiate in legni vari, legno intagliato e dorato, bronzo a patina verde. Parabiago, 1789. Cellatica, Fondazione Paolo e Carolina Zani

Nell’anno che vede in Francia la fine dell’ancien-regime e i primi orrori rivoluzionari, Giuseppe Maggiolini è alle prese con l’esecuzione di una coppia di commodes che sono il capolavoro di tutta la sua carriera, in grado di reggere il confronto con le migliori opere dei più famosi ebanisti europei del suo tempo. L’invenzione di questi mobili spetta a Giocondo Albertolli. La prova documentaria risiede in un appunto, dalla chiara grafia albertolliana, su uno dei sei disegni preparatori per le tarsie oggi conservati nell’album Vallardi presso la biblioteca dell’accademia di Brera, che lascia intendere il suo ruolo di regista: “Consegnato il 14 aprile 1789. Si raccomanda al bravo Sig. Maggiolini la miglior conservazione possibile dei disegni per poterli rimettere meno guasti che sia possibile. Se poi avesse bisogno di far correggere l’altro quadro grande lo mandi a Milano subito mentre il disegnatore fra quattro o cinque giorni passerà a fare un po’ di vacanza”.

Chi fu il “disegnatore” che mise a punto i due disegni da intarsiarsi sulle facciate (l’altro disegno col “quadro grande” per il tableau della facciata di cui si parla nell’appunto è oggi perduto) non sappiamo con certezza. E’ probabile si parli di Raffaele, figlio di Giocondo, a cui potrebbe graficamente essere attribuibile il disegno con l’iscrizione, che sarebbe tornato di li a poco, nell’aprile del 1789, “a fare un po’ di vacanza” in occasione delle festività pasquali di quell’anno. Non credo si parli di Andrea Appiani, cui spettano invece con certezza gli altri quattro disegni dell’album con giochi di putti destinati alle tarsie sui fianchi. Una derivazione di uno di questi, ancora tra le carte dell’officina (R.M., Inv. C 154), servì a Maggiolini per l’intarsio del quadro presentato alla Società Patriottica di Brera per il concorso dell’anno 1788.  Sono disegni che si avvicinano alle migliori cose di Appiani disegnatore, fogli di ben altra qualità rispetto al primo, riconducibile al figlio di Albertolli. Invenzioni forse nemmeno messe a punto dal pittore per questi mobili.  Il fatto che uno di questi fu impiegato dal Maggiolini già nel 1788 testimonia la lunga gestazione-esecuzione di questi due mobili nello stabilimento di Parabiago.  Di una gestazione assai meticolosa, come era nello stile di lavoro albertolliano, rimane anche testimonianza nelle riduzioni/variazioni che dei quattro disegni autografi dell’Appiani mise a punto Raffaele Albertolli, ancora conservate nelle carte del Fondo Trefogli di Torricella oggi presso l’Archivio Cantonale di Bellinzona. Su uno di questi fogli compare l’iscrizione:
Inventato e disegnato da Rafaele Albertolli / l’anno 1789 d’anni 19, diretto da suo padre Giocondo /da farsi d’intagliatura [Sic.] per comod della Mar.a Busca sposa”.

Ecco ancora alle prese con questa commessa il giovane figlio di Giocondo, che “diretto” dal padre ricava dai fogli di Andrea Appiani, che come tali non si sarebbero potuti passare direttamente a Parabiago per essere intarsiati, disegni di lavoro.  L’iscrizione non è del tutto veritiera, perché, come si è visto, non si può dire che i disegni siano proprio invenzione di Raffaele; è però interessante perché conferma la data 1789, indica il ruolo di direttore dei lavori del padre, e soprattutto ci fornisce un’indicazione precisa sul committente.
Un sesto e ultimo foglio dell’album Vallardi a Brera, una prima idea di getto di quella che sarà la tarsia di una delle due facciate dei mobili, prova che anche i due quadri “in grande” – di cui uno ancora conservato con l’iscrizione autografa di Giocondo –  sono riduzioni del giovane Raffaele di idee originali dell’Appiani. 

Purtroppo, a fronte di una documentazione così esaustiva per quanto concerne gli intarsi, sono totalmente assenti, sia nel Fondo Albertolli sia in quello Maggiolini, disegni, schizzi relativi alla progettazione d’insieme di questi mobili, tanto complessi quanto distanti dalla consueta produzione dell’officina di Parabigo, che certo richiesero una meticolosa messa punto progettuale. Si conoscono tre fogli, ancora oggi tra le carte maggioliniane del Fondo dei disegni di bottega, che possono essere messi in relazione con questa commessa.  Il primo riguarda il fregio con festoni intarsiato sul cassetto del coperchio ad urna (R.M., Inv. B.4). E’ una bella invenzione ornamentale tracciata da una mano raffinata; probabilmente quella di Albertolli. Il secondo riguarda il fregio della fascia sottostante con grandi foglie e girasoli (R.M., B 686): modesta copia di bottega, datata 1808, di un disegno più antico. Il terzo presenta lo studio accurato e finemente ombreggiato del fregio della cornice inferiore con precise indicazioni per il suo inserimento sulla facciata e sui fianchi dei mobili.

Che Albertolli dovette avere parte anche nel progetto d’insieme di questi mobili è però evidente osservandoli.  Si tratta infatti di commodes ispirate a grandi cassoni rinascimentali dal coperchio ad urna,  finemente intarsiati con figurazioni mitologiche ispirate al tema dell’amore, ornati da minute cornici intagliate e dorate, fregi intarsiati di raffinato disegno e serrati ai lati da figure muliebri, anch’esse in legno intagliato e dorato assai prossime – ma, va detto, meno pudiche – a quelle che Albertolli aveva modellato in stucco nella volte di palazzo Belgiojoso (poi incise alla tavola XIII e in dettaglio alla XV del volume del 1782). 
Sono invenzioni tanto raffinate quanto equilibrate queste due commodes; straordinarie per l’ambiente milanese. Nemmeno ignare, come notò Alvar Gonzàlez-Palacios, di alcune delle migliori realizzazioni parigine Louis XVI – la commode di Riesener per la camera da letto di Luigi XVI a Versailles o il portagioie di Maria Antonietta di Swerdfeger oggi al Louvre. I fogli dell’album Vallardi e del Fondo Trefogli, con le loro iscrizioni permettono di datare con assoluta precisione questi mobili che, prima di questi ritrovamenti, risultavano di difficile collocazione nella storia dell’officina di Parabiago. 

Gli appunti sui disegni raccontano tutto quello che occorre sapere sulla committenza di questi due straordinari mobili. Nel corso del 1789, si celebrarono le nozze tra Luigia  Serbelloni (1772-1849), figlia del duca Gian Galeazzo, e il marchese Lodovico Busca Arconati Visconti (1758-1841).  Giuseppe Beretta, nella sua biografia di Andrea Appiani, ricorda come il pittore per la famiglia Busca Arconati: “[… ] lavorò anche un disegno eseguito da Maggiolini sopra una tavoletta, ed è una Cinzia tirata da veltri da me posseduto: disegno a penna in grande dimensione donato già dall’Appiani stesso al cavaliere Albertolli, venduto poscia all’epoca del suo decesso”. Una Cinzia tirata da veltri è proprio una delle figurazioni mitologiche sul fronte di una delle due commodes.  E puntuale ecco che nella faccenda di questo disegno per il Maggiolini ricompare Albertolli.  Ma cosa c’entra la “tavoletta” – che sta per toilette –?  Forse Beretta fa confusione, scrive nel 1848, sessan’anni dopo l’esecuzione di questi mobili. Ci fornisce comunque due informazioni buone: il committente andrebbe identificato con il marito di Luigia Serbelloni, il marchese Lodovico Busca che, proprio in questi anni, intraprese alcuni lavori di ristrutturazione del palazzo di famiglia in fronte la chiesa di Santa Maria delle Grazie.  E’ del giugno del 1788 la richiesta alla commissione edilizia, per poter intraprendere alcuni lavori all’interno del palazzo di famiglia in occasione delle nozze con la Serbelloni. In questo cantiere sappiamo furono attivi Giocondo Albertolli e Andrea Appiani che vi affrescò, verso il 1791, Psiche accolta nell’Olimpo. Albertolli incorniciò l’affresco dell’amico pittore in una delle sue belle volte, ancora oggi visibile nonostante le poco felici trasformazioni subite dal palazzo nel corso del XX secolo.
Il marchese, come hanno dimostrato gli studi di Giovanni Battista Sannazzaro su Andrea Appiani, fu non solo committente dell’Appiani in quest’occasione ma, in qualità di membro della Fabbrica di San Celso, ebbe un ruolo fondamentale nell’assegnazione al pittore del ciclo di affreschi della cupola di quella chiesa, oggi perduti. Un committente di riguardo del pittore spiega l’eccezionale impegno dell’Appiani per questi due mobili eseguiti da Giuseppe Maggiolini e inventati dal celebre “professor Albertolli” assistito dal giovane figlio Raffaele.

Bibliografia:
C. Alberici, Il mobile lombardo, Milano 1969, p. 138 e sgg.
G. Beretti, Le commodes per la “sposa Busca” nel 1789, in: Maggiolini al fuorisalone, Milano 2015, Tav.10